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Paolo Caliari, il pittore a cui noi vinicoli italiani dobbiamo dire grazie

Paolo Caliari, detto il Veronese, e’ uno dei più noti pittori italiani del Rinascimento.

Io personalmente gli sono molto legata. Lo amo in primis perché come tante figlie mi ricorda mio padre, con quel suo pennello in mano.

Quando passo in quella zona bellissima di Verona oggi chiamata “Interrato dell’acqua morta” (perché un tempo l’Adige creava un’isola) cerco sempre con lo sguardo il suo pennello di pietra. E Paolo è lassù in alto che presiede sul piedistallo i suoi Giardini della Giarina.

Ha così tanto fascino quest’uomo, questo artista che ogni giorno vive negli occhi di milioni di persone che godono le Sue opere maestose, una delle quali al Louvre posta di fronte alla Gioconda, alla quale noi vinicoli siamo così devoti: “Le nozze di Cana” del 1563.

Questo quadro è immenso, sia per le dimensioni sia per il contenuto sia per la sua sede.

10 mt. per 6 e mezzo, è una parete enorme.

Sul contenuto: ritrae la scena delle Nozze di Cana, l’episodio evangelico in cui Gesù invitato a Cana al matrimonio, trasforma l’acqua in vino.

Ho scelto questo passaggio del Vangelo di Giovanni al mio matrimonio, mi sembrava di buon auspicio per la mia storia, per il mio banchetto della vita. Un momento festoso dove accade persino un miracolo. Il mio primo figlio si chiama Giovanni, come l’evangelista che racconta da testimone il miracolo. Io che sono così simbolista do peso a tutti questi parallelismi.

Nel quadro di Paolo Veronese, come nel Vangelo, “c’era la Madre di Gesù”, la figura femminile che con grazia e determinazione indica la via.

Gli ospiti indossano abiti rinascimentali meravigliosi con tessuti di grande pregio in tipico stile veneziano: l’eleganza naturale dei tessuti ante litteram di Rubelli, orgasmo di texture composta e raffinata della mia efefilia.

Ma il focus del dipinto è quel maestro di cerimonia (sommelier lo appelleremo oggi) un omone in primo piano che con un piede appoggiato allo scalino offre la coppa di quel

“Vino buono” tramutato dall’acqua. Tiene cara la sua borsa, che altro non è che la leggendaria Kelly di Gucci.

Lo guardi e pensi a quel mondo di educazione e di studi delle classi veneziane che amano gli animali, i setter sono tranquilli accanto ai padroni, che amano la diversità intesa come tutto ciò che fa la differenza, che amano i gioielli, la

conversazione, la noia e la seduzione.

E amano il vino e il cibo.

La scena è affollatissima di personaggi senza alcuna aderenza al testo sacro: servitori, musici, buffoni, “Moretti” celebrati poi dall’iconico gioielliere di Venezia, Nardi di San Marco, spettatori, gente che mangia, gatti che rubano cibo, qualcuno che si pulisce i denti con i rebbi della forchetta.



Ecco, basta pensarci un attimo e solo lì capisci come mai una persona visionaria che adora quel mondo, che se ne strugge, è disposta perfino a la vita in cascina con la vigna nella Valpolicella per somigliargli, uno che tenta e ritenta con le Furlane ai piedi di fare un passo nel Rinascimento per vivere anche solo sognare di entrare per un attimo in quel momento che è passato alla storia dell’uomo attraverso il furto di Napoleone e l’asporto al Louvre come bottino di guerra della Campagna d’Italia.

Ho deciso che seguiro’ la mia ricerca in questo filone rinascimentale che mi ha lasciato mio padre e Paolo Caliari detto il Veronese.

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