
Amarone e Sigaro Toscano raccontano il tempo: Tenuta Santa Maria Valverde a Roma per un evento dedicato alle grandi eccellenze italiane
- ilarianidini
- 6 giorni fa
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11 giugno 2026, Roma
Ci sono eventi che ricordano perché il vino non sia semplicemente una bevanda, ma un linguaggio culturale capace di custodire memoria, territorio e identità.
Abbiamo avuto il privilegio di partecipare a Roma a una degustazione esclusiva dedicata a due simboli straordinari dell’enologia e della tradizione italiana: l’Amarone della Valpolicella e il Sigaro Toscano.
L’iniziativa, ideata dal giornalista enogastronomico Umberto Gambino, della rivista “Winereport” che ha riunito cinquanta ospiti selezionati tra appassionati, professionisti del settore e operatori del mondo wine & luxury, creando un momento di confronto autentico tra storia, cultura e interpretazioni diverse di vini capaci di attraversare il tempo.
Per noi di Tenuta Santa Maria Valverde essere presenti in un contesto di questo livello ha avuto un significato profondo.
Siamo una piccola realtà familiare della Valpolicella Classica e ogni giorno portiamo avanti, con sacrificio, rinunce ma soprattutto con una passione assoluta, il lavoro della vigna e la produzione di un vino complesso, esigente e irripetibile come l’Amarone.
In un mondo che ha perso la connessione con l’autenticità, continuiamo a credere che il futuro del vino italiano appartenga a chi sa custodire identità territoriale e una produzione che non rincorre i grandi numeri, ma che trova il proprio valore nella coerenza, nel dettaglio e nel rispetto del tempo.
Il nostro Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2015, presentato durante la degustazione, rappresenta esattamente questa filosofia.
Nasce da una selezione rigorosa delle uve, da un appassimento naturale lento, da lunghi tempi di affinamento e da una visione produttiva che non accetta scorciatoie.
È un vino che non cerca di impressionare nell’immediato, ma di lasciare un ricordo duraturo.
Eventi come questo confermano quanto oggi sia fondamentale creare cultura attorno al vino, restituendogli il suo significato profondo: non semplice consumo, ma esperienza, racconto, attesa ed emozione.
Perché alcuni vini non appartengono soltanto al presente.
Sono storie che continuano a parlare nel tempo.
Ed è esattamente questo il vino che vogliamo continuare a produrre.
Il motivo per cui abbiamo scelto di partecipare a questo evento è un ricordo che mi lega profondamente alla vita in campagna ed è la memoria delle “tabacchine”: donne che custodivano il profumo del tempo.
Negli anni ‘80 andavo sempre nelle “basse” di Verona.
Ci sono storie che rischiano di scomparire in silenzio, eppure hanno costruito l’identità profonda di un territorio.
Tra queste c’è quella delle tabacchine veronesi, donne straordinarie che per decenni hanno lavorato nella coltivazione e nella lavorazione del tabacco, contribuendo a scrivere una pagina poco raccontata ma fondamentale della storia agricola della provincia di Verona.
Quando si pensa a Verona, il pensiero corre immediatamente alle colline della Valpolicella, ai vigneti, all’Amarone, all’olivo, alla pietra antica delle ville venete. Eppure, fino a non molti decenni fa, un’altra coltura rappresentava una risorsa economica importante per molte famiglie contadine: il tabacco.
La coltivazione del tabacco si diffuse in diverse aree del Veneto, trovando terreno fertile soprattutto nelle campagne veronesi e vicentine. Era un lavoro complesso, rigoroso, che richiedeva conoscenze precise, tempi di raccolta perfetti e lunghi processi di essiccazione.
Ma il vero cuore di questa filiera erano loro: le tabacchine.
Donne spesso giovanissime, mani veloci e incredibilmente precise, incaricate di selezionare le foglie, intrecciarle, appenderle per l’essiccazione, lavorarle una ad una in ambienti saturi di odori intensi e persistenti.
Era un mestiere duro.
Le giornate iniziavano presto, spesso dopo aver già aiutato in casa o nei campi. Il lavoro era ripetitivo, fisicamente impegnativo, ma rappresentava una rara occasione di indipendenza economica femminile in un’Italia rurale ancora profondamente tradizionale.
Molte famiglie riuscivano a sostenersi grazie a quel lavoro.
Il tabacco, come il vino, insegna qualcosa di essenziale: il valore del tempo.
Richiede attesa. Richiede trasformazione. Richiede la capacità di rispettare processi lenti, senza forzature.
Forse è per questo che, osservando un sigaro artigianale o degustando un grande vino come l’Amarone della Valpolicella, si percepisce la stessa idea di fondo: alcune eccellenze non nascono dalla velocità, ma dalla pazienza.
Ricordare le tabacchine significa ricordare una generazione di donne che, spesso senza essere celebrate, hanno sostenuto intere economie locali e lasciato un patrimonio culturale che merita ancora di essere raccontato.
Perché il futuro di un territorio passa anche dalla memoria di chi lo ha costruito.
E alcune storie, proprio come certi grandi vini, migliorano quando impariamo a conservarle.
Credit pics: Francesco Primo, relatore del Club Amici del Toscano

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